Archive for the ‘Riflessi di viaggio’ Category

Donna, anelito di speranza

venerdì, marzo 6th, 2009

donna del Friuli, simbolo di speranza

(…. ) Eppure, spesso dimenticate o trascurate dalla storia, le donne restavano sole per mesi o anni dedicando i giorni e la vita al lavoro, ad accudire i figli, ad aspettare.

Raccontava mia madre che le donne in Carnia lavoravano giorno e notte. Raccontava di quando, in estate, le vedeva salire sulle montagne e rientrare la sera stanche, con pesanti gerle di fieno sulle spalle o di quando, nei lunghi inverni, si riunivano attorno al focolare. Le parole allora erano dolci fiabe, tradizioni, storie, leggende da tramandare..

Donne dolcissime, che la vita rendeva dure e che nascondevano nel cuore il canto per una vita migliore. Donne forti, riservate, sempre in guerra nel vasto fronte della vita a combattere con dignità e fierezza problemi ed incombenze quotidiane. Donne spesso soggette al marchio ristretto della logica formale, ma depositarie di una sapienza che le ha portate ad evolvere ed evolversi per essere sempre al centro di una rivoluzione culturale. La storia del Friuli Venezia Giulia è stata scritta anche da loro, lo è la storia più in generale, anche per il loro saper guardare alla realtà pur non rinunciando a sperare.

Tutto cambia, questo è vero..
ma il canto del cuore è stato vita e sarà sempre purezza interiore

luisamaria

Bora, il vento dell'amore

lunedì, marzo 2nd, 2009
Arriva improvvisa.. scende dai ripidi pendii di montagna sul mare come se non avesse il tempo di fermarsi o come se volesse sorvolare il mare e andare in altro luogo. È capricciosa, soffia con buffi improvvisi a intervalli, c’è chi la ama, chi ne fa il simbolo di una città intera e chi, quando arriva, si rifugia nei caffè per non cadere tanta è la forza e la violenza. C’è un soffio di vita che ogni anno, puntuale, arriva a Trieste: la Bora. Quando il grigio dell’autunno e i colori della nebbia si fondono con quelli del mare, quando la città sembra assonnata e l’umidità copre silenziosamente le Rive, quando ti aspetti che nulla possa più cambiare, d’un tratto, scende dall’Altopiano fino alla città, la supera veloce e vola verso il mare.

Tutto cambia: l’aria pulita, la nebbia spazzata via, l’autunno si congeda e l’aria fredda annuncia l’arrivo dell’inverno. Nelle giornate in cui la Bora spira forte raggiunge una velocità notevole, nella Sella della Bora anche superiori ai 200 km/h, ed è quasi impossibile stare in piedi.
La bora è un vento continentale, secco e freddo, ma al di là di spiegazioni metereologiche, che pur occorrono per parlarne, qualcuno si affida alla leggenda di una strega che abita nelle caverne del Carso per nascondersi alla vista degli uomini, e che uscendo dal rifugio accompagnata dal figlio Borino, nei vesi invernali devasta, con refoli violenti e gelidi, qualsiasi cosa essa trovi.

Ma la leggenda più accreditata e forse più suggestiva narra di Bora, dolce ninfa che abitava nei boschi e che d’estate soffiava per portare refrigerio agli uomini. Uomini cattivi, venuti da lontano uccisero il Dio che Bora tanto amava e lei, per vendetta e per dolore, si trasformò in vento gelido e invernale.

La bora è famosa, capita spesso di leggere articoli che la riguardano. A Trieste è stata anche costituita nell’estate del 1999 l’Associazione Museo della Bora (AMBO) che propone un’intensa attività di ricerca dei più diversi materiali tra cui testi, immagini e testimonianze relativi alla bora ed al vento più in generale

Eppure, quando la sentirete sulla pelle, vi ricorderete anche di un’altra dolce leggenda che parla di lacrime di stelle e respiro di mare. Come nel quadro del Botticelli, dal respiro di Zefiro e Clori, dalla loro passione, nasceva Venere e la bellezza, l’amore narra di Bora, figlia di Vento, che conobbe un ragazzo di nome Tergesteo. L’amore rese queste due entità un unico respiro e li fece vivere sette giorni di passione. Vento, padre di Bora, continuò a cercare la figlia disperato, sino a quando una nuvoletta gli svelò il rifugio degli amanti. Furente di rabbia, arrivato alla grotta, Vento uccise Tergesteo e Bora, in preda alla disperazione, cominciò a piangere. Pianse tanto che le sue lacrime diventarono dure pietre. Ma Cielo, impietosito, fece in modo che Bora potesse rivivere i suoi sette giorni d’amore una volta l’anno…..

Sono quelli in cui, quando andrete a Trieste, incontrerete la Bora…

Rondine Armena

sabato, novembre 1st, 2008
Era il 1915 quando gli armeni finirono schiacciati in uno scontro tra imperi e nuove potenze che stava cambiando il mondo. Fu la fine di un popolo.

I genocidi, così come la morte, hanno lo stesso sapore ruvido di qualcosa che si vorrebbe dimenticare… ma che lo spirito chiede di ricordare…

Siamo nel piccolo parco di via 3 Novembre a Sant’Osvaldo di Udine intitolato da pochi giorni all’olocausto e proprio qui è stato reso un toccante omaggio alla memoria del più dimenticato dei genocidi del ‘900

“Un’intitolazione unica in Italia e forse in Europa”, ha spiegato Tigran Hakobyan, il direttore dei gruppi folkloristici “Sassoun” e Krounk” della città di Erevan, che ha ringraziato la città di Udine per questo importante tributo al ricordo delle sofferenze del suo popolo. “Se difatti strade e piazze dedicate agli armeni ci sono, in moltissimi luoghi il riferimento al genocidio nel corso della Prima Guerra Mondiale – ha detto – purtroppo è ancora sottaciuto”. E’ proprio in considerazione dell’unicità di questo luogo che tutti i ragazzi che compongono i due gruppi, che hanno partecipato a Tarcento al 38° Festival dei Cuori, lo hanno visitato in un pellegrinaggio sottolineato da due momenti fondamentali.

Il primo è stato la consegna alla delegazione da parte del vicesindaco Vincenzo Martines di un omaggio da riportare nel paese natale. Il secondo è stato la toccante esecuzione di due brani elegiaci intonati con il “duduk”, uno strumento assai particolare, tanto da essere incluso dall’Unesco nel novero del “patrimonio mondiale dell’umanità”. Alla fine dell’incontro, cui ha preso parte anche il rappresentante dell’associazione “Zizernak” (Rondine), che rappresenta gli armeni in Friuli, Daniel Temresian, il direttore Hakobyan si è soffermato sulla sensibilità del popolo friulano verso l’Armenia e il suo destino da molti misconosciuto.

Un’attenzione che ebbe modo di manifestarsi anche una decina d’anni fa quando il paese caucasico fu sconvolto da un sisma terribile, e dal Friuli Venezia Giulia partirono notevoli iniziative di solidarietà. ..

Forse la storia non ha ancora riconosciuto con pienezza la dimensione della tragedia di questo popolo… A volte ci vogliono anni, lunghi anni, perchè vi sia completezza d’informazione, ma la speranza nasce anche da qui… da un gesto semplice, profondo e sentito…

Ogni filo d’erba è diverso dall’altro… ognuno è unico e prezioso…

Così come ogni uomo… così come il nostro ricordo ..

Il Disagio Giovanile

sabato, novembre 1st, 2008

Il tema del disagio giovanile, del male del vivere, qualcosa che colpisce e coinvolge da sempre… Disagio e suicidio spesso si incontrano e su questo tema l’amico e collega Gilberto Gamberini pubblica dati in cui al Friuli Venezia Giulia si attribuisce il doloroso primato di morte tra gli adolescenti. Mi viene voglia di sapere, di capire, cerco di approfondire…

Ne viene fuori che la regione che fa registrare la più alta prevalenza di consumatori di cocaina è la Lombardia, per gli allucinogeni posto quasi d’onore all’Emilia Romagna, in Lazio è la cannabis a farla da padrone. In Friuli Venezia Giulia si fuma poco, rispetto alle altre regioni, ma ha il primato dei suicidi… Alla Calabria ed alla Basilicata, che nella classifica dei suicidi sono agli ultimi posti, spetta il primato della minor diffusione di eroina a livello giovanile.

In Friuli Venezia Giulia tutti depressi e in Emilia Romagna tutti allucinati?

Il Friuli Venezia Giullia è terra di confine, ma è anche senza confini, paradosso, fascino e bellezza di un luogo che ha in sè mille altri luoghi… Generalizzare può essere pericoloso perché la sofferenza è un percorso misterioso della mente che colpisce nel profondo la coscienza e che merita maggiore rispetto ed ancora maggiore attenzione… Forse non tutti sanno che esiste in Friuli, presso il Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone, un centro di eccellenza e di aiuto simile a quelli nati in Svezia e Norvegia poichè, sebbene morire per propria mano sia una prerogativa che l’uomo ha da sempre esercitato nel corso dei secoli, sembra che questo fenomeno sia in crescita in tutto il mondo specie nei paesi più ricchi ed industrializzati: 120.000 casi nella sola Europa nel 1998.

“ La depressione prima o poi accade a tutti…” scrive Gilberto Gamberini “un rischio del vivere….e dell’impatto sulle cose,non parlo della depressione eclatante con tutte le sue stigmate, ma, di quella mascherata, di quella che metabolizza eventi, che, in realtà, non vengono metabolizzati, ma si accumulano dentro comprimendo altri fatti antecedenti, urtandoli, scuotendoli e sommandosi a loro”

Posso capire la depressione per un evento come un terremoto…6 Maggio 1976…

Eppure Friuli Venezia Giulia è coraggio…

Se ogni gesto è comunicazione, non solo il suicidio ma anche l’uso e l’abuso di droghe dovrebbe essere considerato atto che comunica disperazione, mancanza di comprensione, mancanza di colore e di vita nei mille colori che ha in sé e che potrebbe e dovrebbe esprimere. Si parla molto di fattori genetici, altri sostengono, prove alla mano, che siano fattori storici o di isolamento sociale a portare gli adolescenti a questi gesti estremi.

” Il dolore, la disperazione, il tormento” scriveva Oriana Fallaci “qualsiasi di questi sentimenti fortissimi sono sicuramente meglio del nulla, e che cos’è il nulla se non la noia?”

Non il nulla ma il tutto… non il silenzio ma l’armonia.. non il grigio ma il colore..

Come te… anche oggi… anche qui.. sono e sarò sempre dalla parte della vita

Immagine che crea emozione

giovedì, ottobre 30th, 2008

Immagine che crea emozione.  Emozione che si sovrappone alla parola.  Frantumazione dell’esperienza, scomposizione, a volte,  dell’apparente sentire ed in esso la ricomposizione come fosse un laboratorio,  della capacità di ascolto di quell’unico frammento,  fragile ma solido al punto tale da essere base per un nuovo sentire.
Un laboratorio a cielo aperto  dove piccole esperienze quotidiane
espresse attraverso una pluralità di voci,  si inseguono in un’unica lettura.

Emozioni e immagini come granelli di vita che,  a volte,
permettono alle note discordanti del nostro vivere  di ritrovare una collocazione armonica.

Un lavoro minuzioso di descrizione  ed elaborazione delle esperienze,
una sorta di diario in cui vengono riportate storie vere,  inframezzate da riflessioni personali.

Nessuna pretesa di dare risposte,  infinite soluzioni,
elaborazione di nuovi punti di partenza,  lasciando libero “l’altro” di intraprendere percorsi
e ricollocare le fragili note dell’esistenza in un crescendo continuo
non diretto al particolare bensì proiettato in un’infinità di composizioni
che costituiscono l’essenza stessa del sentire.

Tesi in questa nuova percezione dell’essere
si ha l’impressione che scompaia la concezione del tempo.
Pienezza del suono, assenza di tempo.

Uno sguardo senza fine, celato nell’eterno presente,
per raccontare quello che esiste al di là gli occhi,  al di là dell’apparenza,
superando limiti che non hanno ragione di esistere,
stimolando lo spirito…
Il passo successivo è già una nuova partenza

David Maria Turoldo: Viaggiatore tra gli uomini, negli uomini

martedì, ottobre 21st, 2008

La cultura è forse la forma dell’uomo la sua dimensione… Essa dovrebbe poter offrire il significato di tutto, il senso ultimo, il nesso che lega una cosa all’altra e tutte le cose tra loro e l’uomo, formandosi, dovrebbe ampliarla, trasformarsi ancora per sublimarla in nuove forme e armoniche geometrie dell’esistere.

Ricordo di essermi avvicinata per caso alla libreria quel giorno. Tra tutti.. un libro  ingiallito dal tempo, consumato dalla lettura e in calce una dedica di David Maria Turoldo

Un gesto é la prima situazione quel gesto è un perché … e forse quei libri furono ordinati con così tanta cura perché anch’io un giorno ne potessi scoprire la bellezza..

Fu così che mi avvicinai alla lettura di David Maria Turoldo lasciandomi trasportare dalle parole, avvicinandomi con delicatezza in un’ atmosfera di colori di suono, in una storia che viene da lontano e che nel contempo è appena cessata, un viaggio fatto di echi, di rimandi ma anche di proiezioni e di aspettative.

Viaggiatore tra gli uomini, negli uomini…. David Maria Turoldo nasce a Coderno (Udine) il 22 novembre 1916 da una famiglia poverissima del Friuli, a 13 anni entra nell’Ordine dei Servi di Maria (fondato nel 1233 a Firenze dai Santi Sette Fondatori), ordinato sacerdote nel 1940, conseguendo nel 1946 la laurea in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.   Nel dopoguerra fonda il periodico l’Uomo e la casa editrice e libreria Corsia dei Servi. Ma l’ex Sant’Uffizio non tollera il suo spirito di libertà e costringe Turoldo all’esilio.  Viaggerà per anni in tutto il mondo, obbediente ma fedele alla sua missione di stare sempre dalla parte degli ultimi.  Socialmente e politicamente impegnato, aderì alla resistenza con il gruppo de “L’uomo” per una “scelta dell’umano contro il disumano” un impegno che durò per tutta la vita convinto che la “Resistenza sia sempre attuale” e interpretando il comando evangelico “essere nel mondo senza essere del mondo” come un “essere nel sistema senza essere del sistema”.  Muore il 6 febbraio 1992; i suoi funerali videro la partecipazione di una folla incontenibile, fra cui la gente semplice e gli intellettuali si mescolavano per ore sfilando davanti alla sua bara. Presiedette le esequie il cardinale Carlo Maria Martini, che qualche mese prima della morte, aveva consegnato a padre Turoldo il primo “Premio Lazzati”, chiedendogli così pubblicamente scusa a nome della Chiesa di tanti torti subiti.

Uomo di grande sensibilità, combatté con sdegno le ingiustizie, rifiutando ogni compromesso con il potere; La sua produzione in versi e per il teatro non smise mai di essere una denuncia durissima e una voce dolce di speranza. Luciano Erba, parla di lui come il poeta del Nulla oltre che dell’Essere … Il Nulla opposto all’Essere è il grande tema che da Nietzsche in poi appassiona la filosofia occidentale: l’angoscia dell’uomo è infatti angoscia del Nulla, del non-senso, del relativo che scardina ogni certezza e consegna lo spirito e la mente al caos dell’insignificanza.

Eppure Turoldo affronta da mistico questo argomento quasi sentendolo sulla propria pelle e la lotta contro il Nulla si risolve nella costante riaffermazione dell’Essere poichè prima ancora che certezza religiosa o slancio mistico, l’uomo è emozione. Poesia che incanta, dura, ferma  eppure dolcissima, che scolpisce l’anima come un cesello fa con il marmo, e assume i toni di una confessione serena

Questa, la sua voce

Tu , infinito  che mi avvolgi  e io sempre a un a infinita  distanza

Tu che incombi fino a schiacciarmi e io che non posso raggiungerti mai

Foibe: oltre la porta

martedì, ottobre 21st, 2008

Una guerra. Una a caso. Una delle tante.
Una famiglia che aspetta in silenzio.

Una porta chiusa a chiave. Un uomo che parla come te, una donna con i capelli raccolti, un ragazzo dagli occhi scuri, belli come i tuoi.

Oltre la porta il terrore, l’odio, l’altro.

Qualche giorno fa parlavo con un’amico della Giornata del Ricordo. Parlavamo delle tante iniziative, della storia, delle polemiche. Mýthos, in greco, è il racconto, ed a ben vedere ciò che sappiamo delle foibe ci è stato raccontato, vissuto attraverso qualche documentario o studiato nei libri di storia.  Dopo la fine della Grande Guerra, l’Italia ottenne la Venezia Giulia e il litorale adriatico. Nel 1920 fu annessa al Regno anche la città di Fiume. Poi il fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione tedesca che seguì all’armistizio dell’8 settembre. La Risiera di San Sabba a Trieste convertita in un campo di sterminio…. Basovizza…

Credo ci voglia molta prudenza nel giudicare ciò che accadde in Friuli dopo l’armistizio firmato dall’Italia l’8 settembre quando, nella primavera del ‘45, migliaia di italiani furono uccisi dai partigiani iugoslavi e dalla forze militari guidate dal generale Tito.  Seguivo con interesse quello che di diceva. Non una giornata della memoria, ma un tempo per ricordare una realtà malata, una famiglia divisa, due fratelli che si odiano in una vita non vissuta, in cui il tempo della primavera diviene tempo dell’attesa e le ragioni o gli ideali dell’uno, pretesto di morte e persecuzione per l’altro.. Terrore e tormento, perdendosi nel percorso buio, intricato, scivoloso delle vicende carsiche del confine.

Nell’arco di un secolo questo confine ha danzato pericolosamente trascinandosi dietro devastazioni, rastrellamenti orrendi, vendette, morte.

C’è una realtà storica oggettiva che è fondamentale, eppure esiste anche una soggettività che è decisiva nella percezione di quella realtà. Il tempo del dialogo, al passato, le parole pronunciate, le sospensioni, i verbi e le intonazioni, al presente… ed oggi, vivendo, la guerra ci appare simile solo a se stessa
perché ogni uomo altro non è che figlio di un altro uomo.

Se la morte avesse una colpa, la sola colpa di questi uomini è stata quella di «essere italiani»,

se la morte potesse parlare sarebbe colma di silenzio e di dolore,

se la morte avesse un colore sarebbe quello grigio, delle rocce del Carso o quello nero di occhi che si chiudono,

se la morte avesse un profumo, sarebbe forse quello dei fiori della primavera che oggi, come allora, rinascono tra quelle rocce e cercano la luce, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato

Alzare il velo sulle vicende umane significa scoprire tali miserie da rimanere paralizzato
Una visione resa forse ancor più amara nell’accorgersi che, a distanza di anni, l’odio, ovunque rende l’uomo cieco al punto tale da non riconoscere nell’altro un fratello.
Quante volte le foibe nel mondo dopo allora?

Aprire la porta al ricordo per scoprire un sentiero diverso … non più passi che conducono verso la morte ma percorrere insieme un cammino di pace condivisa

La prudenza nel giudicare fatti storici è una virtù da conservare perché è una superficie che vediamo

e forse la verità è oltre quella porta, nel cuore di quell’uomo dolce che parla come te, di quella donna dai capelli raccolti, di quel ragazzo che oggi vede
oltre la morte….
la vita

Barga, riflessi di luce

martedì, ottobre 14th, 2008

C’è una natura, al centro d’Italia, fatta di boschi, vette e parchi ancora selvaggi che sono il cuore della Garfagnana e c’è un gioiello incastonato in questo verde che si apre nell’ampio orizzonte e che diviene tessera preziosa nel mosaico delle bellezze della Toscana. Luoghi mai del tutto conosciuti o non ancora svelati e forse, anche per questo, sempre più preziosi. Nella valle del Serchio ogni cosa chiede di essere contemplata ma è a Barga che l’asprezza della pietra diviene, per mano dell’uomo, incanto.

Ci sarà pure un motivo se artisti e poeti, Pascoli in primis, scelsero questa preziosa cittadina come luogo d’ispirazione e rifugio dell’anima e per scoprirlo basta attraversare le mura da una delle tre porte e ritrovarsi, come per incanto, in un tempo quasi sospeso e mai del tutto passato.

Barga non ha una grande piazza, se non quel balcone del Duomo che diviene emozionante finestra verso tutta la vallata e per visitarla basta percorrere le vie che la circondano e l’abbracciano.

Stradine strette, a volte tortuose, case che si arrampicano, scale, piccoli negozi d’antiquariato e un pavimento, fatto a tratti di ciotoli grigi, tondi e levigati su cui i caffè espongono le specialità della giornata.

Ci si siede a consumare l’aperitivo con tranquillità, si passeggia.

Qui non ci sono macchine e i suoni sono quelli di ragazzi che corrono e giocano o di qualche radio accesa.

Il Teatro dei Differenti, Il Castello, la Porta Macchiaia, la Chiesa della S.S. Annunziata, il Conservatorio di S. Elisabetta che custodisce la splendida pala d’altare della scuola dei Della Robbia (sec. XV-XVI), Palazzo Pancrazi oggi sede comunale, la Loggia dei Mercanti, mille preziosi tesori a cielo aperto racchiusi in poco più di un chilometro quadrato. Ma è il candore del Duomo a catturare l’attenzione. Natura e bellezza si incontrano nei blocchi di alberese di cui è fatto, una pietra particolare che acquista colori e tonalità diverse a seconda dell’esposizione al sole.

Oggi c’è il sole, tutto è ancor più chiaro e questa bellezza che riflette ci invita ad entrare per scoprire un’oasi di altrettanta pace e riflessione.

I cognomi inglesi e francesi, sui campanelli di antichi portoni, ci ricordano che il destino di Barga è indiscutibilmente legato al turismo. Un turismo buono che cerca di proporsi in maniera elegante regalando un giusto equilibrio tra vacanza, cultura e ambiente, intendendo, per ambiente, non solo quello naturale ma anche quello storico, culturale e umano.

Ogni luogo è importante, ma ci sono luoghi che lo sono un pò di più.

Riflessi di luce…

che partendo dal passato regalano un diverso e forse nuovo senso alla vita,

alla magia dell’incontro ed al nostro andare….

LuisaMaria

Parigi Roma Trieste

lunedì, maggio 5th, 2008

Quando si parla di viaggi spesso si descrivono luoghi circoscritti, città e campagne che diventano cornice del nostro vivere eppure i «luoghi» hanno spesso il doppio volto di realtà urbana ed un sapore più intimo.
La metropolitana, i viali alberati, i musei…..
Da una risposta data ad una lettrice francese che mi chiedeva quali fossero in Friuli i locali più «gettonati» per conoscere nuove persone ne è nata una riflessione. Parigi o Milano infatti, come Londra o altre città del mondo, esprimono la loro bellezza nella libertà che si respira, che è palpabile e che invoglia a star sempre fuori casa. Ricordo di essermi persa tra le sue vie più di una volta ma di non aver mai avuto paura.

Ogni strada nuova era una splendida avventura…

Apparentemente forse è più facile vivere in una grande città, fosse solo per il fatto che nessuno ci conosce o per le infinite possibilità di assistere a manifestazioni ed eventi importanti ma tutto questo non basta per poter dire che una città straniera sia «migliore o peggiore» di una qualsiasi città italiana…

Nel mio personalissimo cammino, l’immergermi totalmente in una città straniera significa parlarne la lingua, lasciarmi suggestionare dalla bellezza, aprirmi verso una cultura che non conosco ma che già apprezzo, condividerne o meno il pensiero, scoprire insomma la vita da nuovi punti divista e diverse prospettive come se ci fosse sempre una partenza ed infinite vie che conducono sempre e comunque alla bellezza…
Non credo che troverei la Spagna qui a Trieste, è come se Madrid mi mettessi a cercare il Friuli… tornerei a casa quasi sempre con l’amaro in bocca..
Qui, come ovunque, i luoghi per incontrare gli altri sono moltissimi alcuni noti, altri meno…
dipende sempre da quello che desidero e, aggiungo, da come vivo..

Sono libera a Parigi, a Napoli, a Milano…
Sono libera ovunque desidero….
se posso vivere in maniera semplice e coinvolgente ….